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Globalizzazione e Industria 4.0, superare la crisi aumentando la democrazia nelle imprese

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di Giuseppe Messina

Segretario Reggente Ugl Sicilia

Produrre ricchezza aggiuntiva e superare la crisi strutturale si può e la ricetta è più democrazia nelle imprese ampliando gli spazi di contrattazione aziendale.

Per compiere questo, che appare un passo in avanti epocale in Italia ed in Sicilia in particolare caratterizzata da un sistema economico costituito da piccole imprese, è necessario che tutti i soggetti interessati collaborino come una squadra, lasciando al passato le diffidenze e le strumentalizzazioni ideologiche.

Il coinvolgimento dei dipendenti nella Governance delle imprese può e deve essere il nuovo modello di  relazioni industriali su cui puntare per ricucire le fratture sociali tra impresa e forza lavoro, potendo costituire, sulla scorta dell’esempio virtuoso tedesco, il volano per la ripresa della nostra economia.

Per farlo serve uno spirito positivo che superi il retaggio storico della contrapposizione tra capitale lavoro e si punti sulla partecipazione nelle scelte aziendali.

La contrattazione collettiva deve fissare i minimi salariali sotto i quali non andare mentre le altre forme di retribuzione salariale vano definite in azienda, incentivando il percorso virtuoso con interventi legislativi di detassazione dei premi di produttività (il “Jobs Act” va in tale direzione), sostenendo le politiche di welfare aziendale che agevolino l’occupazione di donne e disabili.

Partecipazione e contrattazione aziendale sono due facce della stessa medaglia. O si trova un modo per dare certezza alla rappresentanza dei lavoratori nella fabbrica, e quindi si riesce a fare contrattazione e buona partecipazione, oppure non sarà possibile realizzarla.

La partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali oggi più che nel passato è fondamentale per affrontare la sfida della competizione globale. La vera partecipazione si realizza giorno dopo giorno coi il pieno coinvolgimento dei lavoratori puntando verso un nuovo modello contrattuale che preveda la distribuzione di quote di ricchezza aggiuntiva laddove la ricchezza si produce cioè in azienda, correlata a parametri oggettivi di redditività e produttività.

Una maggiore partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali non può che accrescere il livello di coinvolgimento e di identificazione verso l’azienda in cui si lavora consentendo soluzioni produttive più efficienti oltre che ad incrementare la produttività.

La posizione dell’Ugl su questo attualissimo tema è stata già ampiamente chiarita dal Segretario Confederale Fabio Verelli in occasione della partecipazione, nei giorni scorsi, al convegno presso il Cnel di presentazione del “Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione dichiarando “che secondo la Ugl è necessario, perchè darebbe una svolta rivoluzionaria alle relazioni industriali in Italia, è la realizzazione della Cogestione in un sano clima di democrazia sociale. In tal modo i lavoratori non sarebbero mortificati economicamente e normativamente, ma coinvolti, responsabilmente, ai processi produttivi aziendali”.

La Carta costituzionale, va ricordato, prevede la possibilità della collaborazione tra  i lavoratori al fine di una elevazione economica e sociale dei lavoratori ( intesi come l’insieme dei soggetti interessati ), all’art.46 che recita “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende“.

Quella della partecipazione dei lavoratori agli utili ed alla vita aziendale deve essere la risposta allo stallo attuale che vede l’economia del nostro paese soffrire ancora, e siamo alla fine del 2017, di una insufficiente crescita economica-produttiva e occupazionale.

Come Ugl lo riteniamo un percorso necessario per rispondere alle nuove sfide della globalizzazione che hanno spinto il capitale verso nuove forme di organizzazione d’impresa che hanno circoscritto – soffocandolo – il sistema di tutele in favore del lavoratore, catapultato sempre più all’interno di un’impresa la cui struttura organizzativa non è più quella presa a modello dallo Statuto dei lavoratori del 1970, ma si è profondamente trasformata, obbligando il mondo sindacale ad adeguarsi alle nuove regole per rispondere con strumenti nuovi e diversi dal passato se vuole difendere il sistema delle tutule e garanzie sul luogo di lavoro, a cominciare dall’approccio che non può più essere conflittuale ma partecipativo.

La trasformazione organizzativa nell’era dell’Industria 4.0 ruota intorno a cinque concetti chiave: l’individuazione di un sistema di tutele a valenza generale; la possibile esportazione in altre fattispecie di frammentazione organizzativa del  modello della somministrazione;  l’incentivazione della responsabilità sociale d’impresa; l’estensione del  concetto  di  dipendenza economica dal diritto dell’impresa al diritto del lavoro; l’abbandono dell’uniformità regolativa in favore di una differenziazione per  modelli organizzativi.

Le ricadute di tali fenomeni incidono sul rapporto di lavoro e implicano la necessità di procedere all’individuazione degli strumenti di contrasto del conseguente abbassamento delle tutele del lavoratore ovvero la ricerca del punto di equilibrio tra i valori dell’economia e del profitto richiamati dall’articolo 41 della Costituzione e dall’articolo 16 della Carta di Nizza.

I mutamenti organizzativi e nel rapporto di lavoro determinati dalle modalità di frammentazione aziendale hanno certamente prodotto implicazioni sui rapporti di lavoro.

Nei nuovi modelli organizzativi, difatti, si ha una concentrazione dell’attività a cui è connesso il  differenziale competitivo e una esternalizzazione di quelle considerate non strategiche, che riguardano tanto la funzione produttiva quanto vari servizi come assistenza legale, gestione del personale, ricerca, manutenzione, call center, ecc., attraverso una catena di subfornitori, con il triplice effetto di ridurre i rischi, ottimizzare i costi e guadagnare in termini di flessibilità.

Le manifestazioni del fenomeno che fuoriescono dal perimetro dell’art. 2094 del Codice Civile, coinvolgendo tipologie negoziali  come co.co.co., lavoro autonomo, lavoro libero professionale e, prima dell’abrogazione, lavoro accessorio, accomunate tra loro, ma anche alla fattispecie del lavoro subordinato, per un verso, dalla dipendenza economica e per altro verso, all’inserimento nell’organizzazione del committente. In alcuni casi i diversi fenomeni si presentano intersecati tra di loro, basti pensare all’appalto affidato non ad un’impresa ma ad un lavoratore autonomo.

Crisi amplificata soprattutto nel Mezzogiorno ed in Sicilia in particolare dove la disoccupazione è doppia rispetto alla media europea; infatti sono circa un milione e trecento mila gli occupati su oltre cinque milioni di abitanti, un dato preoccupante perché nell’Isola uno su quattro lavora contro il dato dell’Emilia Romagna dove uno su due è occupato e nell’Isola più della metà della popolazione vive in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale.

Lo stesso presidente dell’Istat, Giorgio Alleva in un’audizione alla Camera di qualche mese fa su disuguaglianze, distribuzione delle ricchezza e delle risorse finanziarie ha sottolineato come in Italia nel 2015 circa un residente su cinque, pari al 19,9%, è a rischio di povertà e che la maglia nera va alla Sicilia, con più della metà della popolazione, pari al 55,4%, che vive in famiglie in difficoltà (più di uno su due).

I dati presentati nei giorni scorsi presso la sede di Palermo della Banca d’Italia dall’Osservatorio Congiunturale “Nicolò Curella”  confermano indiscutibilmente che la Sicilia è ben lontana dalla ripresa economica già registrata, seppur lentamente rispetto all’Europa, in altre parti d’Italia, le cui cause, comuni a gran parte del territorio nazionale, sono da attribuirsi alle inefficienze della pubblica amministrazione, alla lentezza della giustizia civile, alla mancanza di infrastrutture adeguate, al divario tecnologico e organizzativo e alla bassa produttività delle nostre imprese e alla quasi assenza di politiche economiche di crescita e sviluppo economico-produttivo ed occupazionale del precedente governo regionale incapace di reagire con scelte adeguate e coraggiose.